| Spesso la mente vaga, si tuffa nel profondo passato ed ecco riemergere nitidi fatti ed avvenimenti sopiti dal tempo che fu.
Ricordo le sere, in particolare quelle fredde d’inverno, quando la famiglia aveva ancora il vanto di essere patriarcale. Ci si riuniva, tutti insieme, spesso anche con i vicini di casa, intorno al fuoco del grande camino.
Poiché l’avvento di radio e tv era ancora lontano, le serate erano animate, dopo la recita del S. Rosario, dai racconti delle persone anziane.
Mio nonno, il decano della famiglia, amava raccontare, anche se ai più ormai era già nota, la sua avventura nelle lontane Americhe.
Nato nell’ultimo quarto di secolo dell’Ottocento, fin da ragazzo aveva notato l’agiato stile di vita di alcune famiglie del paese che avevano un congiunto che lavorava in America.
Raggiunta la maggiore età e superate le resistenze della madre che lo riteneva un ragazzo ancora da proteggere, cercò di procurarsi l’indispensabile atto di chiamata per l’espatrio.
Cosi, un giorno, caricato il suo bagaglio a dorso di mulo, raggiunse il posto di fermata del postiglione, da dove con la diligenza prosegui verso Napoli, oltre 200 Km distante, al porto, da dove grandi bastimenti partivano per l’altra sponda dell’oceano con uomini e merci a bordo.
Sul molo, in attesa di potersi imbarcare, pensava al lavoro, possibilmente ben rimunerato da cambiare subito lo stile di vita dei suoi genitori, e di ricondurlo presto dovizioso al paese.
C’era però poco da sognare, perché loschi individui si aggiravano nei pressi del porto, cercando di alleggerire di tutto, persino del biglietto d’imbarco, i poveri passeggeri.
Al largo, tra una moltitudine di gente che portava nel cuore le sue stesse incertezze e preoccupazioni, si senti solo, provò tristezza.
Di li a poco i possenti flutti dell’oceano che sferzavano la nave, aggiunsero alla malinconia del cuore il mal di mare e cosi il viaggio fu un continuo tormento.
L’inappetenza e il mal di mare minarono la sua salute tanto che l’autorità sanitaria della terra d’approdo gli impose un periodo d’isolamento di quaranta giorni.
Superata anche quella prova, trovò occupazione nelle viscere della terra, in miniera.
La volontà di emergere, di sconfiggere per sempre la miseria in cui era nato, lo faceva quotidianamente scendere nelle profondità buie e angustie della terra, che gli incutevano timore. Per un più celere guadagno rinunciava al tempo libero, questo però si ripercuoteva sul necessario riposo, mancando pure di onorare il Signore, come era stato abituato a farlo quando era in famiglia.
La lingua sconosciuta era un perenne ostacolo a comunicare, riuscì però ugualmente a farsi capire e persino ad allacciare un rapporto di amicizia, sfociato poi in sentimenti ancora più belli, con la ragazza che lavorava dove alloggiava. Fu proprio quel legame di tenero affetto per la coetanea che lo aiutava a superare le difficoltà quotidiane, ed era quasi felice. Un giorno, quando finalmente era riuscito a trovare un’occupazione alla luce del sole, una lettera, giunta dall’Italia, gli annunciava la prematura scomparsa della madre. L’amore che nutriva per la famiglia in Italia, lo indusse a raccogliere le sue poche cose e tornare a casa, dal padre e dai fratelli più piccoli, sconvolti per la perdita della persona più cara.
Passati alcuni mesi, quando il tempo aveva mitigato le sofferenze del cuore, espresse al padre il desiderio di tornare in America dalla ragazza che tanto gli era stata vicino e lo aveva aiutato in ogni cosa.
Il padre però gli disse di non lasciarlo solo con tanti figli, anzi lo supplicò di formarsi una propria famiglia al paese che lo avrebbe aiutato molto di più.
L’attacamento alla famiglia gli fece rinunciare al sogno americano.
Con i risparmi del duro lavoro della miniera acquistò un podere e si diede alla coltivazione di ortaggi, che andava vendendo a dorso di mulo per le vie dei paesi vicini. Proprio come nella quiete dopo la tempesta di Leopardi “…e l’erbaiol rinnova di sentiero in sentiero il grido giornaliero…”
Quell’attività permise una vita decorosa anche quando, sposato, la famiglia crebbe di sei figli.
Quando però gli stessi ebbero a loro volta una famiglia, il podere divenne insufficiente al sostentamento di figli e nipoti. Cosi per alcuni di loro tornò d’attualità l’emigrazione, che perdura ancora oggi, visto che ho parenti sparsi in diverse parti del mondo ed io stesso vivo in una terra che non è mia. i |